8
marzo
2018

Reverse mentoring: quando lo scambio di competenze è bidirezionale

 

Se negli anni ’70 Adam Smith fu il primo a sviluppare una teoria per spiegare come il lavoro sistematicamente organizzato potesse rendere più efficiente la produzione.

Oggi si riscopre l’esigenza del lavoro collettivo tra le risorse all’interno di un’organizzazione.

Si ritiene, infatti, che i membri di un gruppo, attraverso l’interazione diretta finalizzata al raggiungimento di obiettivi comuni, riescano a raggiungere un grado di soddisfazione maggiore e migliorerebbero le competenze del gruppo stesso.

Ecco che allora nelle aziende prende sempre più piede l’apprendimento volto allo sviluppo di competenze attraverso sessioni di affiancamento. Si tratta di attività formative volte al miglioramento delle competenze e del comportamento lavorativo attraverso l’affiancamento di professionisti.

Questo permette, da una parte di rilevare criticità e punti di forza di ogni persona nel contesto professionale, dall’altra di trasmettere stimoli di apprendimento per fare pratica con nuovi strumenti o nuove procedure attraverso l’esperienza diretta del lavoro.

L’idea generale è che l’affiancamento si svolga attraverso un processo unidirezionale: il professionista senior fa training alla figura junior.

Sembrerebbe, però, che negli ultimi tempi ci sia un andamento decisamente innovativo.

Si può parlare di Reverse Mentoring, il processo attraverso il quale sono proprio le figure più giovani a trasmettere nuove competenze ai professionisti di lunga data.

Come anticipato in uno dei nostri articoli precedenti “La digitalizzazione in Italia: un settore in crescita”, si assiste ad un grande divario nella conoscenza e nell’uso del web tra le generazioni giovani e quelle più anziane.

Le difficoltà legate alla diffusione della web economy dipendono proprio dalle limitate competenze nel settore digitale e in un’epoca dove la crescita tecnologica impenna sempre di più, un’azienda per sopravvivere non può semplicemente essere un osservatore del cambiamento; deve partecipare attivamente alla rivoluzione digitale.

Sembra, comunque, che l’inventore del primo percorso di reverse mentoring sia Jack Welch, ex CEO della General Electic, che già nel 1999 chiese a ben 500 top manager dell’azienda di esser affiancati da giovani impiegati che potessero insegnare loro l’uso del web.

Il fenomeno sta prendendo piede anche in Italia affinché le nuove generazioni possano aiutare i professionisti a familiarizzare con la tecnologia. Le figure junior, infatti, fanno parte di quella che viene chiamata generazione Y, caratterizzata da un maggiore utilizzo e una maggiore familiarità con la comunicazione, i media e le tecnologie digitali.

Quello che ne consegue è una vera e propria innovazione, che trasforma le logiche di affiancamento ed apprendimento. Lo sviluppo delle competenze non ha più un approccio unidirezionale, bensì bidirezionale. Se da una parte i giovani possono trasferire competenze digitali, dall’altra i professionisti trasmettono abilità concrete, pratiche e specifiche che il mondo del lavoro richiede.

In conclusione, si snelliscono i processi ed incrementano le logiche di cooperazione con un conseguente aumento della soddisfazione dei lavoratori.

 

Sara Colnaghi – Communication specialist –  Élite Training

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